La biblioteca chiuse alle ventitré, ma Dania rimase seduta al suo tavolo angolare ancora dieci minuti, finché il custode non le fece cenno con la torcia. Raccolse gli appunti sparsi — Foucault, Derrida, pagine e pagine di citazioni sottolineate in tre colori diversi — e li infilò nella borsa senza ordine. Fuori, l'aria di maggio sapeva di pioggia imminente. Il telefono vibrò mentre attraversava il cortile dell'università.
Dania guardò lo schermo. Kenan. Rispose camminando verso il cancello.
«Finito?»
La voce di lui arrivò calda, leggermente rauca. Doveva aver appena finito l'allenamento.
«Per stasera sì. Domani riprendo dalle otto.»
«Dalle otto di mattina?»
«Dalle otto di mattina.»
Un silenzio. Dania sentì il rumore della doccia di sottofondo, qualcuno che rideva in lontananza.
«Quanto manca?» chiese lui.
«All'esame? Undici giorni.»
«Al matrimonio?»
«Quattordici.»
Kenan rise, quel suono basso che le faceva venire voglia di essere già a casa, sul divano, con la testa appoggiata alla sua spalla.
«Stai contando meglio tu o io?»
«Tu conti le partite. Io conto le pagine.»
«Quante ne mancano?»
Dania guardò la borsa, pensò alle cartellette che l'aspettavano sulla scrivania, ai tre libri che non aveva ancora aperto.
«Troppe.»
***
Kenan abbassò il volume dell'acqua e si appoggiò alle piastrelle fredde. Dalla finestra degli spogliatoi si vedeva il campo, i riflettori già spenti, le righe bianche che brillavano nell'umidità della sera. Aveva corso per novanta minuti, più venti di allenamento tattico. Le gambe gli facevano male nel modo giusto, quel dolore pulito che significava che aveva dato tutto.
«Yildiz, chiudi quell'acqua. Ci vediamo domani.»