ContainerSofia Landi
Capitolo 1Venti piedi di acciaio
Quando vedi un container, la prima impressione è di totale banalità. Un parallelepipedo di acciaio ondulato, dipinto di rosso o blu o verde, accatastato su una nave o su un camion o fermo in un piazzale. Niente di apparentemente straordinario. Eppure, quella scatola metallica ha ridisegnato l'economia mondiale più di qualsiasi trattato commerciale, più di qualsiasi innovazione informatica. Per capire come, devi partire dall'oggetto fisico: cosa è esattamente, di cosa è fatto, perché misura proprio così.
Il container standard, quello che incontri ovunque, si chiama TEU: Twenty-foot Equivalent Unit, unità equivalente a venti piedi. Lungo 6,1 metri, largo 2,4, alto 2,6. Le misure non sono casuali: derivano dal sistema imperiale anglosassone, perché la standardizzazione è avvenuta negli anni Sessanta tra Stati Uniti ed Europa. Lo spessore delle pareti è di circa 2 millimetri di acciaio ondulato, la tara (il peso a vuoto) si aggira sulle 2,3 tonnellate. Può trasportare fino a 28 tonnellate di carico. La struttura ondulata non è estetica: serve a distribuire il peso e resistere a carichi verticali enormi. Un container caricato fino al limite può sostenere su di sé altri otto container pieni, impilati uno sull'altro. La resistenza strutturale è garantita dai quattro angoli, i corner casting, blocchi d'acciaio forgiato con otto fori ovali. Questi fori permettono di agganciare il container con twist lock, le morse girevoli che bloccano una scatola all'altra, alla nave, al camion, al vagone ferroviario. Tutto il sistema si regge su quei quattro angoli: sollevi un container sempre lì, lo impili sempre lì, lo fissi sempre lì.