Credere ai numeriElena Corvi
Capitolo 137 gradi e mezzo
Nel 1851, quando Carl Wunderlich iniziò a esercitare come medico all'ospedale di Lipsia, la febbre era ancora un'arte interpretativa. I medici più esperti appoggiavano il dorso della mano sulla fronte del paziente, valutavano il rossore delle guance, osservavano il sudore. Alcuni confrontavano la temperatura della pelle con la propria, creando una scala umana di riferimento. "Febbre alta", "febbre moderata", "leggera febbrezza": categorie che dipendevano interamente dall'esperienza e dalla sensibilità tattile del singolo professionista. Due medici potevano visitare lo stesso malato a pochi minuti di distanza e diagnosticare condizioni diverse.
Il termometro clinico esisteva già, ma era uno strumento lungo quasi trenta centimetri che richiedeva venti minuti per registrare la temperatura. Pochi ospedali lo usavano. La maggior parte dei medici considerava la misurazione una perdita di tempo: cosa poteva aggiungere un numero a ciò che mani esperte già sapevano percepire?
Wunderlich pensava il contrario. Era convinto che la febbre non fosse un fenomeno monolitico ma un processo dinamico, misurabile con precisione. Iniziò a registrare le temperature dei suoi pazienti più volte al giorno, annotando non solo il valore numerico ma anche l'ora della misurazione, i sintomi associati, l'evoluzione della malattia. Nel corso di diciassette anni raccolse oltre un milione di misurazioni da circa venticinquemila pazienti. Nessuno, prima di lui, aveva mai prodotto una massa di dati comparabile.