Il Bar SantinoValeria
Capitolo 1Il turno delle tre
Il pomeriggio entra dalla vetrina come una lama di luce obliqua. Valeria sistema le paste sotto la campana di vetro—tre cannoli, due sfogliatelle, una crostata di visciole—e si accorge che muove le mani con una precisione che non le appartiene in nessun altro posto. A casa dimentica le chiavi, rovescia il caffè, lascia il gas acceso. Qui no. Qui ogni gesto trova il suo binario.
Sono le tre meno un quarto. Il turno del pomeriggio ha una qualità diversa da quello del mattino: meno frenesia, più permanenza. La gente del mattino beve in piedi, paga, se ne va. Quella del pomeriggio si siede. Resta.
Santino esce dal retrobottega con una cassa di bottiglie vuote. Ha settant'anni e la schiena curva di chi ha passato metà della vita dietro un bancone. L'altra metà non l'ha mai raccontata, ma Valeria ha imparato a leggere i silenzi: certi giorni lo sente fischiettare canzoni degli anni Settanta, altri sparisce nel magazzino per venti minuti e torna con gli occhi rossi.
"Le paste sono poche," dice lui, senza guardarla.
"Domani è lunedì. Non le compra nessuno."
"E allora perché le metti fuori?"
Valeria sorride. "Perché al signor Ettore piace vederle. Dice che un bar senza paste è una stazione senza treni."
Santino sbuffa, ma non ribatte. Poggia la cassa, si pulisce le mani sul grembiule. "Quello è matto."
"Quello è un poeta."
"Appunto."
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