Il tesoro sommerso di Pellegrino ArtusiAnselmo Ricci
Capitolo 1Il figlio del droghiere
La drogheria Artusi occupava l'angolo nord della piazza principale di Forlimpopoli, di fronte alla chiesa di San Rufillo. Due vetrine strette incorniciavano un portone di quercia scura, sempre aperto dall'alba fino a sera, tranne la domenica e le feste comandate. All'interno, scaffali di legno massiccio salivano fino al soffitto reggendo barattoli di maiolica bianca etichettati in corsivo nero: Cannella, Pepe, Zafferano, Noce moscata. Sul bancone centrale, bilance di ottone con piattelli lucidati ogni mattina. L'odore era una somma stratificata: caffè tostato, baccalà secco, chiodi di garofano, sapone di Marsiglia, zucchero grezzo. Chi entrava portava via non solo merci ma l'impressione fisica di un ordine commerciale solido, ereditato e destinato a durare.
Agostino Artusi aveva rilevato l'attività dal suocero negli anni Dieci del secolo, quando Forlimpopoli contava poco meno di tremila abitanti e il commercio dei generi alimentari rappresentava la sola forma di ricchezza mobile in un'economia dominata dalla terra. La spezieria serviva famiglie contadine che compravano sale e olio all'ingrosso, piccoli proprietari che cercavano prodotti forestieri, curati e notabili che ordinavano vini toscani o aceto balsamico modenese. Agostino teneva registri accurati, concedeva credito agli acquirenti affidabili, riscuoteva con puntualità senza durezza. La sua posizione sociale era quella del commerciante rispettabile: non nobile, non possidente terriero, ma abbastanza benestante da mandare i figli a scuola e da essere consultato quando l'amministrazione pontificia aveva bisogno di consigli su dazi o approvvigionamenti.