La farmacia del mondoSofia Landi
Capitolo 1La scatola che hai in mano
Prendi una scatola di paracetamolo dalla mensola del bagno. Quella che hai comprato l'ultima volta che avevi mal di testa, in farmacia sotto casa, senza pensarci troppo. Gira la scatola. Cosa vedi davvero?
Un nome commerciale in grande, magari Tachipirina o Efferalgan o semplicemente "Paracetamolo EG". Un logo aziendale. Il dosaggio: 500 mg, 1000 mg. Le indicazioni: febbre, dolore. Fin qui tutto chiaro. Ma sotto, in caratteri più piccoli, c'è un'altra storia. Una storia che attraversa continenti prima di arrivare nella tua mano.
Guarda il retro della scatola. C'è una riga che dice "Titolare dell'autorizzazione all'immissione in commercio" seguita da un nome di azienda e un indirizzo. Più sotto, separata, trovi "Produttore" o "Fabbricante", talvolta con un elenco di stabilimenti. Spesso sono nomi diversi. A volte la scatola indica tre, quattro località diverse sparse per l'Europa o oltre. Non sono dettagli burocratici casuali: ti stanno raccontando una filiera.
Il codice AIC – Autorizzazione all'Immissione in Commercio – è una sequenza di nove cifre che identifica quel farmaco specifico nel registro dell'Agenzia Italiana del Farmaco. Ogni confezione, ogni dosaggio, ogni via di somministrazione ha il suo. È la carta d'identità del medicinale nel sistema sanitario italiano: senza quel codice, nessuna farmacia può venderlo, nessun medico può prescriverlo a carico del Servizio Sanitario Nazionale. Quel numero certifica che qualcuno, da qualche parte, ha verificato efficacia, sicurezza, qualità del contenuto. Ma non ti dice dove quella compressa è nata.