Quando Fermi accese ChicagoAnselmo Ricci
Capitolo 1Il ragazzo di Trastevere e il maestro siciliano
Il treno da Gottinga fermò in Stazione Termini il pomeriggio del 3 gennaio 1922. Enrico Fermi scese con una valigia di cartone pressato e un quaderno rilegato in tela cerata che conteneva i calcoli degli ultimi sei mesi. Aveva ventun anni, la pelle ancora segnata dal freddo tedesco, gli occhiali cerchiati di metallo che gli scivolavano sul naso. Nessuno lo aspettava sul marciapiede.
Prese il tram per San Lorenzo. Roma si mostrava diversa da come l'aveva lasciata nel settembre precedente: manifesti con fasci littori comparivano sui muri delle case popolari, gruppi di giovani in camicia nera sostava agli angoli delle strade. La città usciva dalla guerra con le ossa rotte e una fame di ordine che si vestiva di retorica. Fermi guardava dal finestrino senza commenti. La politica non lo interessava. La fisica sì.
L'appartamento di via Principe Umberto era quello di sempre: tre stanze umide, una stufa a carbone, la madre che cuciva nella penombra del pomeriggio. Ida Fermi alzò lo sguardo quando il figlio entrò, posò l'ago, non disse nulla. Gli preparò il caffè e aspettò che lui parlasse.
"Ho finito", disse Fermi. "Devo trovare una posizione."