Riconoscere i voltiElena Corvi
Capitolo 1La faccia capovolta
Robert Yin mostra ai partecipanti una fotografia. Un volto femminile, inquadratura frontale, sfondo neutro. Trenta secondi per memorizzarlo. Poi la fotografia scompare e ne arriva un'altra: lo stesso volto o uno diverso? Il partecipante risponde. Yin annota. Ripete la procedura decine di volte, con volti diversi, sempre la stessa sequenza: memorizza, confronta, rispondi.
Siamo nel 1969, in un laboratorio di psicologia sperimentale negli Stati Uniti. Yin sta testando qualcosa di apparentemente banale: quanto bene le persone riconoscono i volti. Ma c'è una variante. Metà delle fotografie sono mostrate capovolte. Il volto è lo stesso, solo ruotato di centottanta gradi. Fronte dove c'era il mento, capelli in basso. Tecnicamente, tutte le informazioni visive sono presenti: gli occhi restano occhi, il naso resta naso. Eppure i risultati crollano. Quando i volti sono capovolti, l'accuratezza dei partecipanti scende dal 90% al 60%. Un crollo di trenta punti percentuali, statisticamente massiccio.
Yin non si ferma ai volti. Ripete l'esperimento con fotografie di case. Stesso protocollo: memorizza un'immagine, confrontala con la successiva, di' se è la stessa o diversa. Metà delle case sono mostrate capovolte. Qui il risultato è opposto: le case capovolte restano riconoscibili quasi quanto quelle dritte. Il calo di accuratezza esiste, ma è minimo: dal 94% all'88%. Sei punti percentuali, tecnicamente rilevabili ma trascurabili rispetto al crollo nei volti.